lunedì 23 maggio 2011

AC BOOSTER : UN MAGNIFICO BOOST/DRIVE

Ciao ragazzi, dopo un periodo d’assenza caratterizzato da contrattempi d’ogni genere torno per parlarvi di un grandissimo effetto che fino a una settimana fa non avevo mai avuto il piacere di avere sotto i piedi.
Il tutto nasce da una chiamata di un mio caro amico, nonché naturalmente mastro chitarraio ;-)
Come sempre succede nelle chiamate tra chitarristi, si inizia a parlare di ampli, effetti, modifiche, e chi più ne ha più ne metta. E nella chiamata di cui sopra l’oggetto in questione è un pedale boutique di casa XOTIC, l’AC Booster !

Il caro amico seicordista infatti inizia a tessere le lodi del suo ultimo acquisto, il BB Preamp  di casa Xotic e mi confessa che gli piacerebbe però avere sotto i piedi anche l’AC Booster.
Quindi, viste le mie voglie da smanettatore elettronico e preso atto dei prezzi non proprio popolari del suddetto pedale, decidiamo di farne una replica.
Tempo fa l’AC Booster e il BB Preamp avevano incuriosito anche me (in occasione del concerto di Andy Timmons…) e quindi avevo iniziato a raccogliere info varie riguardo al circuito, poi però non avevo avuto più modo di procedere. Quindi questo era il momento giusto per rimettersi in gioco con questo giocattolino. Ma lasciamo stare tutti i dettagli tecnici, oggi voglio soltanto parlarvi dell’AC Booster e lo sto facendo tramite la mia replica per i suddetti motivi logistici. E dopo aver preso atto della fedeltà del progetto da me seguito.
E allora, veniamo alla prova su strada, ehm scusate, in sala. L’amico rocker arriva armato di BB Preamp e si preannuncia una battaglia infuocata.
Accendiamo la mia fida Sound City 50 Plus (collegata alla classica 4x12 Marshall 1960), e intanto che le valvole fanno il warm-up disponiamo in catena, appunto, il BB Preamp originale (il confronto è d’obbligo) e l’AC Booster replica. Come chitarra utilizziamo una Edwards Les Paul ’59 Replica, tutto è pronto, Standby in posizione ON, e via con accordi aperti, power chords, triadi e licks vari.
Dopo circa 2 minuti serrati trascorsi sotto il fuoco incessante di decine di decibel ci basta uno sguardo per capire che l’AC Booster è davvero un grandissimo pedale. E la grandezza di questo effetto sta nel fatto di avere un controllo di toni (Treble & Bass) attivo grazie al quale è possibile ottenere sfumature timbriche pressocchè illimitate senza alterare però il carattere della chitarra che si sta suonando. Personalmente sono rimasto molto impressionato dalla versatilità dell’AC Booster. Con il GAIN a zero e il VOLUME a ¾ si ottiene uno dei più bei real boost che abbia mai ascoltato, la dinamica è ai massimi livelli e la definizione delle singole note è a livelli di eccellenza, con il calore valvolare sempre ben in evidenza. Se invece portiamo il GAIN al massimo ecco davanti a noi un Overdrive di una musicalità e dinamica incredibili, sembra di suonare su una vecchia Plexi/Ac30 anni ’60 imballata.
A confronto con il BB Preamp l’AC Booster ha una riserva di headroom più alta, raggiunge la saturazione più tardi e il livello di gain massimo ottenibile è più basso. La pasta sonora è praticamente uguale.
Dopo questa prova mi sento di consigliare vivamente i pedali di casa Xotic a chiunque cerca un suono d’altissimo livello e dinamica, capace di spaziare dal blues tradizionale all’Hard RocK estremo.
Alla prossima amici !
* Photo taken from the web

martedì 19 aprile 2011

Il TS-808

Ciao a tutti ragazzi,
dopo avervi parlato del Fuzz Face e del Tone Bender come potrei esimermi dal presentarvi un altro pedale da culto, ovvero il Tube Screamer, il re dei pedali Overdrive ?
Credo infatti che sia davvero difficile trovare un chitarrista di estrazione rock-blues che non abbia nel suo arsenale il suddetto effetto.
Il motivo essenzialmente è uno, e cioè la capacità che un buon TS-808 ha di non alterare la timbrica dello strumento e allo stesso tempo di imballare l’ampli così da tirarne fuori un bel suono valvolare caldo e dinamico (Tube appunto…), ricco di armoniche.
La leggenda ha inizio sul finire degli anni 70, quando l’Ibanez,  già produttrice dei pedali Overdrive e Overdrive2 (dal sapore più fuzzoso), partorisce il TS-808 pro .
Il cuore di questo pedale overdrive è nel chip, un JRC4558 made in Japan che, insieme ad altri componenti nipponici di ottimo livello e a certe accortezze progettuali a livello di clipping (termine che indica la soglia in cui il segnale inizia a distorcere), regala al sound della chitarra particolare definizione e trasparenza.
Se si vuole ascoltare uno spettacolare suono di Tube Screamer basta inserire nel nostro lettore CD (meglio ancora su una bella piastra giradischi) uno dei tanti capolavori del maestro Stevie Ray Vaughan, che proprio negli stessi anni riportava in vita il blues con una forza devastante.
 Infatti solitamente è proprio al suo suono che noi chitarristi siamo soliti associare l’effetto in questione.
E non credo sia sbagliato pensare che gran parte della fortuna che Ibanez ha avuto col Tube Screamer sia dovuta alle formidabili gesta del chitarrista Texano.
Il TS-808 uscì di scena nel 1982, rimpiazzato dal nuovo TS-9 che ne conservava però soltanto parzialmente le caratteristiche circuitali. In alcuni esemplari di Ts-9 (gli ultimi) il chip, vera anima e cuore del pedale, fu sostituito con uno di altro tipo che conferiva al pedale più aggressività, più asprezza e meno calore.
Nell’86 anche il TS-9 uscì di scena per far posto al TS-10, e qualche anno dopo al TS-5, che addirittura si presentava in un contenitore di plastica nero e quindi risultava molto più rumoroso a causa della scarsa schermatura.
Inoltre queste serie erano caratterizzate dalla bassa qualità di condensatori, potenziometri, jack e assemblaggio (fatto a Taiwan e non più in Giappone).
 Nel 1993 fa la ricomparsa sul mercato il TS-9, ma ancora una volta il chip utilizzato per dar voce all’effetto non è il JRC4558.
Tale pedale è tuttora in produzione, ma dal 2002 la parte elettronica non è più curata dalla Maxon, ma dalla stessa Ibanez.
Nel 2004 ecco che torna in gioco anche il TS-808. Le belle sonorità Vaughaniane sono sempre più richieste dal pubblico seicordista, e così ricompare come per magia il chip JRC4558D all’interno del circuito.
Il mitico suono è ritornato, migliorato rispetto alla riedizione del Ts-9, e quasi del tutto fedele alle sonorità del “vero” Ts-808.
Dico quasi, perché a parer mio e di altri addetti ai lavori la qualità dei componenti elettronici non è eccelsa e sicuramente suscettibile di ampi margini di miglioramento.
Tant’è che da un paio d’anni è sul mercato la versione HandWired del Ts-808, interamente cablato a mano con componenti di altissima qualità ad un prezzo di circa 250 euro.
Quasi un affare se pensiamo che un TS-808 originale ben tenuto dell’epoca ‘79/’81 può toccare quota 500 euro.
E cosa saranno mai se pensiamo di avere sua Maesta Stevie ai nostri piedi ?!!
Un Tube saluto a tutti, a presto.
         Giuseppe


*Photos taken from the web

martedì 5 aprile 2011

Il Tone Bender parte2


Buongiorno a tutti ragazzi.
Continuiamo a parlare di lui, dell’effetto che ha marchiato a fuoco tanti mitici riff e soli della storia del rock: il Tone Bender.
La versione MK I.V esce di scena prestissimo, tant’è che trovare sul mercato un originale è un’impresa ardua, e se si ha fortuna a trovarlo bisogna essere disposti ad alleggerire di parecchio il portafogli (ho visto esemplari in vendita per 1000 e passa Euro…).
A questo punto entra in scena la versione MK II. Questa volta il cuore del circuito è costituito da 3 transistor al Germanio OC75, e in un secondo momento da 3  OC81D, alloggiati insieme agli altri componenti su una Strip Board (millefori in Italiano). Specialmente quest’ultima variante con gli OC81D permetteva ai chitarristi maggiore versatilità, consentendo loro di passare ad un suono clean decente abbassando il solo controllo di volume della chitarra.



L’MK II venne prodotto sempre dalla Sola Sound, la quale forniva anche la Rotosound, la Marshall e la Vox. Il modello di casa Marshall era il SupaFuzz, praticamente identico all’MKII e costruito unicamente con transistor OC75. Negli ultimi esemplari di Supafuzz la Strip board fu sostituita dalla PCB e il suono di questi ultimi esemplari risulta essere più scuro.
 Senza alcun dubbio la versione più rara del Tone Bender MKII è proprio la prima versione fatta dalla Vox. Questo pedale iniziò ad essere prodotto in Inghilterra a fine ’66 con lo stesso circuito Sola Sound di cui sopra, ma dal ’67 la produzione si spostò in Italia e anche il circuito subì delle variazioni rispetto all’originario Sola Sound. I transistor diventarono due, e per la precisione un SFT337 e un OC76, che negli ultimi esemplari fu sostituito da un SFT363E. Anche i valori dei condensatori e di alcune resistenze cambiano. E così ne vien fuori un pedale dalle caratteristiche sonore differenti rispetto al primo MKII. La timbrica risulta essere molto brillante, quindi il pedale si sposa bene con ampli dalla pasta sonora scura.
Questo modello di Tone Bender  di casa VOX è stato quello prodotto più a lungo, fino agli ultimi anni 70.
Mentre nel 1968 la Sola Sound lancia sul mercato il Tone Bender MK 3.
In questa versione appare per la prima volta un controllo di toni che dona al pedale il massimo della versatilità. Essenzialmente il circuito è molto simile a quello  dell’MKII, ma grazie al controllo di toni, all’aggiunta di un diodo nel circuito e ad un altro paio di cambiamenti il pedale assume delle sfumature sonore assolutamente non ottenibili dalle precedenti versioni.
L'MKIII e l'MKII sarnno i pedali più utilizzati da Jimmy Page dei Led Zeppelin, il quale in un’intervista dichiarò quanto segue:
“D: What's the unusual device you use on your guitar?
  R: Page: It's called  Tone Bender. I had somebody custom make it for me and I get 75% of my sound with    it. It's very similar to a fuzzbox, but I can sustain notes for several minutes if I want to. It just has an on and off switch and it also has a fuzzy sound.” Mine
Durante tutti gli anni 70 la Solasound/Colorsound  ha continuato a produrre il Tone Bender, ma a partire dal 1972 circa i transistor al germanio OC71 , OC75 e OC76 furono totalmente rimpiazzati da transistor al silicio fornendo così al pedale maggior gain, maggior sustain e un suono più scuro. Altra caratteristica dei Tone Bender equipaggiati con transistor  al silicio è la più bassa dinamica rispetto ai predecessori.


A conclusione di questa lunga storia non posso che consigliarvi la prova di un Tone Bender di buona qualità se vi si dovesse presentare la possibilità; credo che per gli amanti come me di un bel suono da Rock fine anni 60 questo sia un oggettino davvero irrinunciabile. Oggi sono disponibili sul mercato alcune repliche davvero interessanti, e con circa 200/250 euro ci si porta a casa un suono che ha fatto storia.
Un caro saluto a 6 corde, e alla prossima puntata.
Giuseppe
*photos taken from the web

sabato 2 aprile 2011

Il Tone Bender parte1

Ciao amici. Oggi parleremo della nascita di un capolavoro, di un pedale grazie al quale sono state scritte decine, forse centinaia, di pagine del Rock e del Blues.
Sto parlando del Tone Bender.
Dobbiamo andare indietro al 1965, quando nella swinging England l’ingegnere Gary Hurst inizia a rielaborare il circuito dell’allora già ben noto Gibson Maestro FZ-1 (il fuzz responsabile del riff di Satisfaction…).
In quel periodo infatti la storia vuole che il chitarrista Vic Flick, autore della colonna sonora di James Bond 007, si sia rivolto proprio all’ing. Hurst per far apportare un aumento di gain sul suo Gibson Maestro Fuzz.
Fu così che prese vita la prima versione del Tone Bender, in gergo la MK1.
Il pedale era alloggiato in un case di acciaio bicolore nero e marrone ad effetto martellato e le scritte erano apposte a mano tramite normali transfer. Qualche esemplare fu costruito in legno e acciaio.



I primi esemplari furono prodotti sotto il nome Gary Hurst, dopodicchè ci fu il passaggio al brand Sola Sound.
L’MK1 deve il suo suono ai tre transistor al germanio del tipo OC75, OC76, 2G381, ecc. alimentati a 9 volt (il Gibson Maestro era alimentato a 3 volts) tramite una pila zinco carbone.
Grazie a qualche piccola modifica sui valori di resistenze e condensatori il Tone Bender era in grado di fornire un suono più grosso e ricco di sustain rispetto al Maestro.
Per farsi un’idea di tale suono basta ascoltare il primo Jeff Beck con gli Yardbird, i lavori di Mick Ronson con David Bowie e il primo Pete Townshend.
Per quanto riguarda la parte prettamente tecnica, il Tone Bender veniva costruito con tecnica Point to Point su la classica board forata. Importante accorgimento per l’epoca era l’utilizzo di cavi schermati sull’ingresso e sull’uscita, in modo da limitare al massimo eventuali interferenze sul segnale audio.

All’inizio del 1966 la Sola Sound apporta le prime modifiche al circuito dell’MKI: nasce così il Tone Bender MK I.V

L’originario circuito a 3 transistor viene modificato e i transistor diventano 2, per la precisione due OC75 al germanio. Inoltre i componenti vengono alloggiati su una Strip Board. L'abbondante utilizzo di cavo schermato e prese jack isolate restano uno standard nella produzione.

Anche il case cambia e diventa di alluminio color grigio martellato dalla forma più affusolata.
Il suono di questa nuova versione diventa più cremoso e meno scorbutico rispetto alla prima. E’ praticamente identico a quello del Fuzz Face, la cui nascita avviene proprio sul finire del 1966.
Ma la vita della versione MK I.V è piuttosto breve, infatti arriva sul mercato il Tone Bender MK II.
E di quest’altro fantastico pedale ne parliamo nel prossimo post.
A presto amici.
Giuseppe

Photos taken from the web

venerdì 25 marzo 2011

Tutto inizia da un buon Cavo!

Buongiorno cari amici seicordisti musicanti.
Oggi voglio prendere in esame un oggetto che sta alla base di un buon suono, un fattore che a volte viene erroneamente trascurato nel momento in cui si imbraccia la nostra amata chitarra elettrica e ci si dirige verso l’input dell’ampli: sto parlando del cavo. Sì, proprio lui, potremmo identificarlo come il nostro corriere del suono, sempre pronto a prendere le nostre emozioni e a trasferirle lì dove prenderanno voce e saranno giudicate da timpani inflessibili.

E a volte, presi dalla bellezza di una gran chitarra piuttosto che dall’ultimo arrivo in pedaliera (tra l’altro piena di cavi anch’essa) neanche facciamo caso alla scelta di un buon cavo. Anche perché, a meno che non si è soliti girare 30 palchi al mese, un cavo può accompagnarci per anni, acquattato lì da qualche parte come una biscia.
Ma quali sono i parametri essenziali da prendere in considerazione al momento dell’acquisto di un cavo?
Sicuramente dobbiamo considerare:
·       La bassa capacità, espressa in pF/m. Un ottimo cavo ha una capacità non superiore a 100pf/m. Questo parametro è fondamentale ai fini della chiarezza e definizione del suono, nonché al fine di una ottimale trasmissione degli acuti.
·       Un ottimo conduttore. Molti costruttori utilizzano nei loro cavi argento oppure leghe di rame e argento. Grazie a questi materiali il passaggio del segnale avviene in maniera più fluida e veloce.
·       Un adeguata schermatura. Uno degli elementi più importanti di un cavo è la schermatura. E cioè il potere che un cavo ha di mantenere imprigionato il segnale della chitarra al suo interno e allo stesso tempo di evitare che interferenze esterne di varia natura penetrino al suo interno creando fastidi vari, come ronzii e fruscii fastidiosissimi. Cavi di un certo livello sono dotati di più strati di schermatura (vedi foto sopra).
·       Assemblaggio del cavo e ancoraggio ai Jack.
Molto importante è la struttura e la robustezza del cavo, da una parte per poter assicurare lunga vita allo stesso, dall’altra parte per migliorare la trasmissione del segnale. Alcuni studi dimostrerebbero che cavi strutturati a treccia (in gergo si dice Tweestati) migliorano notevolmente la qualità del segnale audio andando ad agire sui valori di induttanza, resistenza e capacità.
Inoltre connettori jack robusti e saldamente ancorati al cavo assicurano sicuramente una durata superiore alla media.
·       Flessibilità dei materiali.
Altro parametro assolutamente non trascurabile è la flessibilità del cavo. Tale proprietà allo stesso tempo ne allunga la vita e fa sì che non si creino disturbi nella trasmissione del segnale.


Sul mercato la lista di ottimi cavi è davvero ampia, e con essa anche la relativa fascia di prezzo. In alcuni casi si può arrivare a spendere più di 100 euro per 4,5 metri di cavo. Per quel che mi riguarda, circa un mese fa ho acquistato uno degli ultimi nati in casa Planet Waves e devo dire che la qualità c’è e si sente. Il prezzo è nettamente al di sotto di quello appena sopra citato.
Nel mio arsenale cavi c’è anche un ottimo prodotto italiano (MPE), un cavo Horizon DeLuxe e tanti piccoli cavi George L’s che io consiglio esclusivamente per le connessioni tra i vari pedali.

Ecco qui di seguito una risorsa molto interessante per chi voglia farsi un’idea più precisa da un punto di vista tecnico:
Have a good tone friends !


domenica 13 marzo 2011

AMPLITUBE 3

Buongiorno a tutti ragazzi.
Quante volte vi è capitato di non avere voglia di fare il warm up al vostro ampli valvolare, collegare l’intero setup, iniziare a provare qualcosa a volumi degni di scomunica da parte di Pete Townshend e poi alla fine rendervi conto che avete suonato sì e no mezz’ora ?
Beh…a me capita abbastanza spesso, ed è per questo che circa 15 giorni fa, con l’obiettivo di ottimizzare lo studio, ho installato sul PC il famosissimo  AMPLITUBE 3 di casa IK Multimedia
Devo dire che, contrariamente alle aspettative, farlo girare correttamente non è stato un problema. Io possiedo un Notebook Toshiba Satellite di fine 2007 equipaggiato con processore Core2 Duo, 1,80 Ghz e 2GB di memoria che tutto sommato se la cava ancora discretamente.
Entrare nella stanza delle meraviglie di Amplitube è fantastico, in un attimo si ha l’impressione di possedere quanto di meglio sia mai stato prodotto a livello di effetti e ampli. Naturalmente ho fatto un veloce giro di perlustrazione, come per magia mi son sentito Hansel nella casa delle meraviglie: prendi un compressore da qua, mettici un boost di là, colleghiamoci un doppio tubescreamer, quindi un pizzico di buon vecchio Phase non guasta, e naturalmente non si può rinunciare a quel magnifico analog delay. Certo che suonare con un Blackface e un Orange affiancati non sarebbe male, magari con una 2x12 da una parte e una 4x12 dall’altra. E perché no, con un paio di belle camere di reverbero, ecc. ecc.
Devo dire che ho semplicemente scherzato e girovagato per il programma, cercando di farmi un suono che non ho ancora trovato perché la qualità dei vari giocattolini presenti nel software l’ho potuta solo minimamente assaporare, ma non gustare in pieno.
Il problema nasce dal fatto che non possiedo una scheda audio esterna USB e quindi sono stato costretto, tramite riduttore, ad entrare diretto nella presa MIC del Pc e sfruttare i due minuscoli altoparlantini (situazione in cui un paio di coni da 6” assumerebbero la valenza di un intero stack !)
E tutto ciò non m’ha entusiasmato tanto perché la resa dei vari simulatori di ampli/effetti/ecc… ne ha risentito parecchio. E con essa anche la mia guitar libido ;-)
Quindi, come si suol dire, la domanda nasce spontanea: “Quale scheda comprare con un budget di circa 120 euro?”
Ho visto che attualmente sul mercato, tenendo conto del budget poc’anzi citato, ci sarebbe la Line6 UX1, la M-Audio Fast track e la Edirol (UA4-FX o UA25-EX ?). Mi piacerebbe  conoscere le esperienze di qualcuno di voi in merito a qualche prodotto particolarmente valido.
Ah, un ultimo appunto: ho notato che tra gli ampli quello che rende di meno a livello di simulazione è, ahimè, il Plexi. Tra l’altro m’ha colpito l’elevato livello di fruscio sempre presente. Per quel poco che ho testato il software posso dire che questi sono gli unici punti a suo sfavore.

Have a cool Tube sound friends !

domenica 6 marzo 2011

Mike Bloomfield's SUPER SESSION

Buongiorno a tutti amici seicordisti.
Chi di voi ha fatto la piacevole esperienza di telefonare ad un paio d’amici musicisti per organizzare una Jam al volo, incontrarsi, accordare gli strumenti, premere il tasto rec di un registratore, e via dopo un paio d’ore con un documento indelebile (o quasi) dell’indimenticabile tempo trascorso in musica ?
Sicuramente in tanti, compreso il sottoscritto, ma quando tutto ciò avviene tra personaggi del calibro di Mike Bloomfield, Al Kooper e Steve Stills la cosa prende una piega un attimino differente, la jam diventa qualcosa di più, insomma si trasforma in una SUPER SESSION !

Beh, sì. Perché è proprio questo il capolavoro che oggi vado a presentarvi. Probabilmente la maggior parte di voi già conosce il mitico album, ma per chi invece non avesse mai avuto il piacere d’ascoltarlo o per chi ne ha sentito parlare, ma non si è mai impegnato nella ricerca consiglio fortemente di darsi da fare a trovarlo.
La prima uscita dell’LP del 1968 conteneva 9 brani, la versione remastered da me acquistata vede al suo interno anche 4 bonus track, di cui una live.
In questo lavoro non c’è una sola nota che non attiri l’orecchio del buon ascoltatore.
E’ il classico album che ti folgora al primo ascolto e dal primo istante, una fusione di Blues, Jazz, R&B, Swing e Rock molto difficilmente riscontrabile in altri lavori.
Tant’è che a proposito del primo brano Rolling Stone scrive :”Bloomfield’s opening and closing solos in Albert’s Shuffle are stunning displays of grip and virtuosity, of his ability to fire dense knots of melody with dead aim”.
Credo si traduca da sola un’affermazione del genere.
Non si riesce davvero a prender fiato ascoltando quest’album.
Nel secondo brano, Stop, lo splendido tappeto di organo lascia libero Bloomfield di
metter mano ad un fraseggio blues davvero sublime nonché ad una scelta di suono che trovo splendida.
Un picco notevole nell’intero album lo si raggiunge senza dubbio durante “His Holy Modal Majesty”, un brano jazzato della durata di 9:13 in cui il repertorio tecnico stilistico offerto da tutti i musicisti è meraviglioso, col nostro Bloomfield impegnato in fraseggi Jazz-blues tesissimi che si sposano in maniera eccellente col tono solenne dell’intera composizione.
Quindi  con “Really” si ritorna per circa cinque minuti in territori più blues e sempre ricchi di spunti improvvisativi interessantissimi, per poi tuffarsi in “It takes a lot to laugh, it takes a train to cry”, un allegro rock ‘n’roll dal leggero sapore country in cui il riccioluto Bloomy sfodera qualche lick davvero notevole.
Ed è così che arriviamo in zona ciliegina sulla torta. Infatti “Season of the witch” a mio avviso vale il prezzo dell’intero album, un brano che quasi non si riesce a descrivere da quanto è geniale ed evocativo. Il suono del Wah-wah di Mr.Bloomfield su questa traccia è quanto di più bello abbia mai ascoltato in vita mia, e l’utilizzo è davvero magistrale e va a fornire dei colori magici a tutta la splendida tessitura armonica che il resto della band tiene su in maniera unica.
Arrivati a questo punto si è in una tale situazione di appagamento sensoriale che con gli ultimi due brani si passa come per magia allo stato d’estasi.

I feticisti del vintage sound come me sbaveranno all’ascolto del magico Phase analogico in “You don’t love me”, e acoltando Harvey’s Tune si avrà la sensazione di essere proprio lì, in quella lontana America di fine anni ’60 che ha regalato a tutti noi l’impagabile gusto di collegare una Les Paul ad un Blackface (lo so, beato chi può farlo…) ed essere piacevolmente cullati da una sublime scia di note.
E’ per la prima volta che mi pongo a tutti voi in veste di recensore di LP, ma oggi non ho saputo tirarmi indietro quando ho pigiato il Play sul mio stereo.
So che adesso dovrete correre nel più vicino negozio di dischi per chiedere di SUPER SESSION di Bloomfield,Kooper & Stills, ed è per questo che vi faccio i miei più crunchosi saluti e vi do appuntamento al mio prossimo sconosciuto articolo.
Oldstrato

sabato 26 febbraio 2011

A proposito di Jimi Hendrix

Ciao ragazzi.
Ho pensato che dopo un articolo sul Fuzz Face non potevo esimermi dal prendere in esame l'intero setup del grande Uomo che cambiò le sorti della chitarra elettrica. Lo farò nella maniera più chiara e sintetica possibile, naturalmente lasciando spazio ad eventuali scoop da parte di tutti voi.


Iniziamo dall'ottobre del 1966. Jimi è giunto da circa un mese nella Swinging London e si prepara al grande esordio discografico con la sua Experience. Il primo singolo che cambia le sorti del Bob Dylan Nero (così era soprannominato all'epoca Hendrix...) è il brano Hey Joe, uscito nel Dicembre 1966.
E complice di questo grande successo è uno Stack Marshall JTM45/100 Super Amplifier nuovo di pacca (dedicheremo al grande ampli un intero Post!),
 una Fender Stratocaster, un Wah Wah Vox o Crybaby e qualche Fuzz sparso qua e là per lo studio di registrazione.


Jimi era un maniaco del suono, un vero pignolo. E la grande instabilità elettronica caratteristica dei primi esemplari di Fuzz lo portava ad attrezzarsi di svariati pedali che poi man mano selezionava in base alla timbrica e alla sonorità desiderata.  Tra i Fuzz adoperati da Hendrix nel primissimo periodo compaiono il FuzzTone Maestro e alcuni Fuzz costruiti per lui dal chitarrista della band The Fugs.


Ma è senza dubbio il Fuzz Face della Dallas Arbiter (vedi post precedente) a prendere posto come protagonista principale ai piedi del grande JIMI.
Tra l’altro nel 1967 Hendrix conosce Roger Mayer, un esperto elettronico al servizio della Royal Navy che già da qualche tempo costruisce effetti per chitarra a personaggi del calibro di Jeff Beck e Jimmy Page.
Da quanto riferito dallo stesso Mayer, Hendrix era sempre alla ricerca di nuovi suoni, sfumature timbriche particolari, e continuamente gli chiedeva di mettere su qualcosa di nuovo, di modificare i pedali in suo possesso per creare nuovi suoni.
Fu così che dall’ingegno del dottor Mayer venne fuori l’Octavia, altro aggeggio infernale che caratterizza il sound di Hendrix a partire da Purple Haze, brano in cui è ben evidente l’utilizzo di detto pedale. Grazie a questa scatolina magica, che esamineremo poi in dettaglio in un Post dedicato, la nota suonata viene sovrapposta ad un’altra nota più alta di un’ottava creando un effetto Synth.


In studio Hendrix, inoltre, amava suonare con un Leslie, strumento capace di conferire un effetto rotativo al suono, e  che nel 1969 fu riprodotto dalla Univox sotto forma di pedale. Tale effetto prese il nome di UniVibe. Anch’esso andò ad infoltire l’arsenale pedali di Jimi. (N.d.r. Osservate bene i filmati di Woodstock ’69…).




Per chi di voi voglia dilettarsi con un po’ d’inglese consiglio il libro
“Jimi Hendrix Gear: The Guitars, Amps & Effects That Revolutionized Rock 'n' Roll”  tra i cui autori figura Roger Mayer !
E naturalmente consiglio l’ascolto attento dell’intera discografia Hendrixiana!
Have a Good Tone!

sabato 19 febbraio 2011

Il FUZZ FACE !

Ciao amici, oggi parleremo di Fuzz ! Anzi, meglio, di Fuzz Face.
E cioè di quell’effetto che ha decisamente cambiato il corso del suono della chitarra elettrica. Oggi potrebbe sembrare scontato collegare una Stratocaster ad un Fuzz Face (beato chi ne possiede un esemplare originale d’epoca…) per ottenere il riff di Foxy Lady, ma nella metà dei Sixties tutto ciò ebbe un effetto folgorante sui timpani di coloro che si videro piombare addosso una vera e propria cascata di note bollenti ottenute grazie alla saturazione che i 2 transistor al germanio apportavano al segnale della chitarra.
E quindi vediamo un po’ più da vicino come nasce questo magico pedale!
Pare che il primo progettista del circuito Fuzz Face stesse sperimentando, provando e riprovando ad incrementare il gain degli allora comunissimi transistor al germanio.
La maggior parte dei transistor al germanio dell’epoca aveva un gain medio di 70       ( per chi non ha termini di paragone vi dico semplicemente che altri tipi di transistor di costruzione più moderna arrivano a gain compresi tra 500 e 900 !!! ).
Quindi alla fine con un gioco di condensatori e resistenze, riuscì a far venir fuori dai 2 transistor al germanio un suono del tutto innovativo.
Lo schema originale del primo Fuzz Face era costituito da 2 transistor al germanio, 4 resistenze, 2 condensatori e 2 comandi, Volume e Fuzz. Peculiarità principale era la possibilità di passare da un elevato livello di gain ad un suono clean semplicemente agendo sul volume della chitarra e un’elevatissima sensibilità al tocco del chitarrista (ascolti consigliati a tal proposito Live a Monterey della Jimi Hendrix Experience e Live at Pompei dei Pink Floyd).


I transistor al germanio più comuni all’epoca erano i ben noti AC128, e furono proprio questi ultimi ad equipaggiare i primi Fuzz Face. Molto utilizzati ed apprezzati furono anche gli NKT275.


Uno dei personaggi che per primo iniziò a modificare il circuito del Fuzz Face fu l’ingegnere del suono di Jimi Hendrix, tale Roger Mayer. Sperimentando un po’ su vari valori del circuito, riuscì a cucire addosso ad Hendrix il suo caratteristico sound, che è quello che noi tutti conosciamo.
Negli anni a seguire parecchi costruttori hanno rivisitato il celebre circuito di casa Dallas Arbiter, e tutt’oggi parecchi bravi artigiani si cimentano nella loro interpretazione del leggendario effetto.
Con l’arrivo del 1970 nel circuito del Fuzz Face fanno la loro comparsa i transistor al silicio (es. BC108), caratterizzati da una soglia di gain ben più alta rispetto ai loro cugini al germanio, e quindi da una più limitata possibilità di passare ad un suono clean agendo semplicemente sul comando del volume della chitarra.
Quando la Dunlop acquista il marchio Fuzz Face dalla Dallas Arbiter produce due versioni del Fuzz Face, ma entrambe equipaggiate con transistor al silicio e che quindi non incontrano particolarmente il favore dei puristi del sound anni 60.
Negli anni 90 poi la Dunlop produce una riedizione equipaggiata con transistor NKT al germanio, la quale suona decisamente più simile ai primi modelli di Fuzz Face.
Man mano avremo poi modo di parlare di alcune belle interpretazioni Boutique di questo splendido pedale.
Buon Fuzz a tutti.
                                                                                         Oldstrato

mercoledì 16 febbraio 2011

'60s Vox V846 Wah vs Fulltone Clyde Wah

Ciao a tutti, colleghi seicordisti.
Oggi ho voluto mettere a confronto il Re dei pedali Wah, il VOX V846 del '68 con il Fulltone Clyde Wah!
Beh, all'inizio avevo voglia di farvi ascoltare soltanto il Vox, senza fare alcun confronto.



 Sapete, un pedale come il Vox non merita confronti, è uno degli "attrezzi da lavoro" che ha scolpito nella roccia un determinato sound.
Però la tentazione è stata forte, e siccome ritengo che il Clyde sia forse il pedale wah di produzione moderna che più s'avvicina al celebre antenato ho pensato che ascoltarli fianco a fianco in fondo potrebbe essere d'aiuto a chi, magari proprio in questo momento, sta valutando l'acquisto di un ottimo Wah Wah in stile Vox.
Ecco per gli appassionati uno scatto dell'interno del pedale che mette a nudo la ormai ricercatissima induttanza Icar Metal Can, nonchè i celebri condensatori Made in Italy Arco e Procond:


E pensare che un capolavoro del genere all'epoca era costruito a Pescara dalla JEN elettronica !
Una parte d'Italia che ha costruito la storia del Pop/Rock internazionale.
Ecco a voi il link della prova:
 http://www.youtube.com/watch?v=AqHsvKmLvPs

RocK On!


martedì 15 febbraio 2011

FULLTONE Clyde WAH vs RMC Picture WAH !


Ciao a tutti amici.
Credo che la mia avventura in questo blog non possa iniziare in un modo migliore, e cioè mettendo a confronto due grandissimi pedali wah wah made in USA: il FULLTONE Clyde e l'RMC Picture wah.
Entrambi i wah si rifanno al celebre wah wah VOX di metà anni '60, pur avendo ognuno la propria "voce" e la propria personalità.


Qui di seguito vi lascio un paio di link grazie ai quali potrete giudicare con le vostre orecchie. Per quanto mi riguarda posso semplicemente dirvi che amo entrambi i pedali, in primis per l'eccelsa manifattura e per la scelta di componenti elettronici di alto livello. E poi perchè davvero hanno una voce di gran classe, come dev'essere per due grandi oggetti boutique quali essi sono.
Per gli impallinati d'elettronica come me tengo a precisare che all'interno del Picture wah troviamo una replica dell'induttanza modello Metal Can (come nel Vox Wah modello V846 di fine anni '60), mentre nel Clyde troviamo un'induttanza Halo replica, come nel Vox Wah modello Clyde McCoy di metà anni '60).


Ecco i link di cui vi dicevo, buon ascolto:

http://www.youtube.com/watch?v=MLoktq2iLqM
http://www.youtube.com/watch?v=mrX9kirwNz4&feature=mfu_in_order&list=UL


lunedì 14 febbraio 2011

Benvenuti amici 4 e 6 cordisti ;-)

Ciao a tutti ragazzi, chitarristi, chitarrai, chitarrofili, e a tutti coloro che avranno voglia di seguirmi in questa splendida avventura.
Il mio nome è Giuseppe (oppure Vintagestrato, se vi dovesse ispirare di più) e vi do il benvenuto in quello che voglio diventi l’anello di congiunzione tra me, voi e il nostro splendido mondo fatto di effetti, effettini, amplificatori, valvole, speakers, attenuatori, e chi più ne ha più ne metta!
Nel nome di battesimo di questo mio blog ho voluto racchiudere in due parole quella che è la mission dello stesso, e cioè analizzare i più bei suoni di chitarra mai esistiti e attualmente esistenti nell’universo musicale! Partendo naturalmente dall’ingrediente numero uno, e cioè dal tocco, per arrivare agli “attrezzi” del mestiere, quegli oggettini che noi tutti tanto amiamo, quelle scatoline magiche tutte colorate piene di switch e manopole, talvolta contenenti strani oggetti luminescenti e caldi, che gli esseri umani sono soliti identificare in maniera riduttiva col termine di valvole.
Con quali di questi attrezzi sono stati ottenuti i più bei riff di chitarra, i soli più coinvolgenti della storia? E con quali attrezzi noi tutti cerchiamo di ottenere suoni altrettanto intriganti ed efficaci?
Il viaggio è lunghissimo e pieno di insidie, per questo motivo vorrei che ognuno di noi dia il suo importantissimo contributo nel raggiungere quello che è il Tono Supremo che qualsiasi chitarrista, a modo suo, ha in mente!
Che ne dite? Partite con me?